2025-11-27
E' un po' tragicomica la storia del tagliere, questo eroe dimenticato della cucina che, se lo trattiamo male, ci trasforma la cena in un episodio di “Pronto soccorso”.
Partiamo dal dramma principale: se tagliamo la carne cruda, poi il pesce, poi l'insalata sullo stesso tagliere senza fare nulla in mezzo, stiamo praticamente organizzando un party privato per Salmonella, Escherichia coli e compagnia bella. Questi simpatici batterietti fanno l'autostop dalle bistecche ancora sanguinanti fino alle foglioline innocenti della lattuga e, una volta arrivati, si mettono a ballare la conga dentro la nostra pancia.
Risultato? Passiamo la notte abbracciati al water invece che alla dolce metà. Non è un bel piano. Per evitare questo truce finale, abbiamo due scuole di pensiero: o ci comportiamo da persone civili e usiamo taglieri diversi (uno per la roba cruda che può ucciderci, uno per la roba già buona da mangiare), oppure, se proprio vogliamo vivere pericolosamente con un solo tagliere, dobbiamo pulirlo come se fosse il peccato originale.
Adesso arriva la parte piu' interessante: qual è il tagliere meno traditore? Vince a mani basse la plastica bella dura, quella roba tipo polietilene che sembra uscita da un laboratorio della NASA. È liscia, non fa entrare i batteri nei pori (perché non ne ha), sopporta la lavastoviglie e pure la candeggina senza fare storie. Quella colorata, poi, ci salva la vita: rosso per la carne, blu per il pesce, verde per la verdura... sembriamo dei semafori, ma almeno non avveleniamo nessuno.
Il legno? Beh, il legno duro (tipo acero) non è il demonio come dicevano le nostre nonne. Anzi, pare che abbia una specie di superpotere naturale che secca i batteri come il sole fa con i panni. Però deve essere perfetto, liscio come la faccia di un politico in campagna elettorale e noi dobbiamo coccolarlo con l'olio minerale ogni tanto. Altrimenti diventa una casa di riposo per microbi e addio magia.
Il bambù economico e il vetro invece li lasciamo stare: il primo si crepa e diventa un residence 5 stelle per i batteri, il secondo è così inadatto che dopo due colpi sembra la superficie della luna, piena di crateri dove si nascondono i nemici.
E la pulizia? Acqua calda, detersivo, risciacquo e poi via di candeggina diluita (un tappo in un litro d'acqua, non serve fare il bagno chimico). Oppure, se siamo pigri, infiliamo il tagliere di plastica in lavastoviglie a 60 gradi e preghiamo.
Ma il vero segreto, quello che nemmeno nei film di spionaggio ti dicono, è... asciugare! Asciugare come se ne andasse della nostra vita. Perché dove non c'è acqua i batteri muoiono di noia e di sete. Un tagliere bagnaticcio lasciato sul lavandino è il paradiso dei microbi, uno asciutto e messo in verticale è il loro inferno.
Nei bar e ristoranti italiani la legge è cattivissima: niente scherzi, taglieri di plastica, colori diversi obbligatori, sanificazione scritta nero su bianco, sennò arrivano i NAS e sono lacrime e verbali.
A casa possiamo anche fare i ribelli, ma almeno sappiamo che se finiamo al pronto soccorso con la salmonella, è solo perché abbiamo voluto fare i fenomeni con lo stesso tagliere dall'antipasto al dolce. Insomma, teniamo i batteri fuori dalla festa: o taglieri separati, o pulizia da maniaci, o tutti e due. La pancia ringrazia.
Fonte: Marco Zambianchi @FB
